Le cose più interessanti stanno nell’ombra: leggere Empusium di Olga Tokarczuk

Ci sono romanzi che sembrano possedere una temperatura propria. Empusium è freddo, umido, febbricitante. Ha l’odore del muschio, dei funghi, del legno bagnato e delle stanze chiuse dei sanatori di montagna. Leggendolo, si ha costantemente la sensazione che qualcosa stia marcendo sotto la superficie perfettamente ordinata del mondo.


Pubblicato nel 2022 e tradotto da Silvano De Fanti per Bompiani, il romanzo di Olga Tokarczuk si presenta apertamente come una riscrittura — o forse sarebbe più corretto dire una rifrazione — della Montagna incantata di Thomas Mann. Ma ridurlo a questo significherebbe perdere la sua natura più profonda. Tokarczuk prende l’immaginario rarefatto del sanatorio mitteleuropeo e lo trascina dentro qualcosa di molto più organico, oscuro e perturbante: il folklore, il corpo, la decomposizione, il desiderio, la natura.


«Lo sai qual è l’errore più frequente commesso dall’uomo nel momento del pericolo? Credere che la sua vita sia eccezionale e che la morte non lo riguardi. L’uomo non crede alla propria morte.»


Siamo nel 1913, alle soglie della Prima guerra mondiale. Mieczysław Wojnicz, giovane studente polacco malato di tubercolosi, arriva a Görbersdorf, un sanatorio immerso tra le montagne della Slesia, luogo realmente esistito e considerato il primo centro europeo specializzato nella cura delle malattie polmonari.
Come accade in Mann, la malattia crea uno spazio separato dal resto della realtà. Il tempo rallenta, le giornate si ripetono identiche, la morte smette di essere un evento eccezionale per diventare presenza quotidiana innominabile. Gli ospiti della pensione discutono per ore di filosofia, religione, politica e morale; consumano pasti pesanti innaffiati da liquori medicamentosi e passeggiano lentamente nei boschi come se il mondo esterno fosse ormai “altro” da loro.
Eppure Tokarczuk incrina subito questa compostezza decadente. Presto compare il cadavere della moglie del proprietario della pensione, morta in circostanze ambigue. Poi arrivano i rumori nella notte, le leggende di uomini fatti a pezzi durante il plenilunio, le allusioni a presenze femminili che abitano il bosco. L’atmosfera razionale e clinica del sanatorio viene lentamente contaminata da qualcosa di primitivo e insondabile.


La prima avvisaglia di questa contaminazione passa attraverso il corpo.
Una delle grandi forze del romanzo è infatti il modo in cui Tokarczuk restituisce plasticità alla realtà narrativa. In Empusium il corpo non è mai astratto, simbolico o idealizzato: è carne vulnerabile, secrezione e sudore, sangue e catarro. La tubercolosi non viene romanticizzata. I personaggi tossiscono, sputano sangue nei crachoirs ricamati, convivono con la possibilità della decomposizione.
È come se la malattia rendesse improvvisamente visibile qualcosa che la civiltà moderna tenta continuamente di dimenticare: il fatto che siamo materia.


E la stessa materia sembra aver invaso il paesaggio. La foresta che circonda Görbersdorf, infatti, non è mero sfondo decorativo. È viva. Respira, osserva e aspetta.
Mentre gli uomini del sanatorio discutono ossessivamente di ordine, civiltà e superiorità maschile, il bosco continua a premere contro le finestre come una forza antica e silenziosa pronta a reclamare il proprio spazio.
Ma il vero elemento perturbante del romanzo non abita bosco, ma la sala da pranzo.


Gli ospiti della pensione parlano incessantemente delle donne. Le descrivono come esseri inferiori, irrazionali, incomplete imitazioni dell’uomo. All’inizio questi dialoghi sembrano caricature grottesche, sproloqui assurdi di intellettuali annoiati, poi arriva il dettaglio più inquietante: Tokarczuk non inventa nulla.
Nella nota finale l’autrice spiega infatti che molte delle frasi misogine presenti nel romanzo sono riprese o parafrasate da filosofi, scrittori e pensatori della tradizione occidentale, da Platone a Nietzsche, da Agostino a Rousseau. La misoginia emerge così non come una deviazione individuale, ma come una struttura culturale sedimentata nel linguaggio stesso.
In un’intervista al Guardian, Tokarczuk racconta:


«La stragrande maggioranza dei romanzi classici che vedevo trattava solo di questioni tra uomini. […] Le ragazze devono confrontarsi con la propria assenza nella letteratura. Ho scritto Empusium un po’ per rabbia e dispetto.»


Ed è proprio questa rabbia silenziosa a percorrere tutto il romanzo.
Perché Empusium è un libro pieno di donne nonostante di donne quasi non ce ne siano. Gli uomini parlano continuamente di loro, tentano di definirle, classificarle, ridurle a categorie comprensibili. Eppure il femminile continua a ritornare sotto altre forme: empuse*, streghe, desiderio, metamorfosi, corpi ambigui, natura selvaggia.
Persino Wojnicz appare costantemente fuori posto rispetto al modello di virilità dominante. Fragile, malato, esitante, sembra abitare una zona di confine che gli altri personaggi si ostinano a negare. Il problema non è il mostruoso. Il problema è il bisogno ossessivo di classificare il mondo, di dividerlo in categorie nette, di imporre ordine a ciò che per sua natura sfugge a ogni definizione.


«Noi riteniamo che le cose più interessanti stiano sempre nell’ombra, in ciò che non si vede.»


Il romanzo parla continuamente di ciò che viene escluso: dai libri, dalla storia, dalla cultura, dal linguaggio. E lo fa senza trasformarsi in un manifesto. Tokarczuk preferisce il mito alla tesi, il perturbante alla dimostrazione, il bosco alla conferenza.


Per questo definire Empusium un semplice horror folklorico sarebbe riduttivo. È una riflessione sulla modernità europea, sul corpo, sulla paura, sul desiderio e su tutto ciò che la cultura occidentale ha cercato di relegare ai margini.
Alla fine le Empuse fanno paura, certo, ma gli uomini seduti a tavola ne fanno molta di più.


Sofia Sabatino

*Nella mitologia greca, le empuse (singolare: empusa, dal greco Ἔμπουσα, Émpousa) sono creature demoniache femminili associate alla dea Ecate. Venivano descritte come esseri mutaforma che apparivano sotto le sembianze di giovani donne per sedurre i viandanti, soprattutto di notte, per poi spaventarli o divorarli.

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