Quando La vita davanti a sé esce nel 1975, il suo autore non è un giovane esordiente, è un uomo di sessantun anni, con alle spalle una vita che sembra già un romanzo: aviatore nella resistenza francese, diplomatico, sceneggiatore, scrittore affermato con un premio Goncourt già in tasca, vinto nel 1956 per Les Racines du ciel.
Il suo nome è Romain Gary.
Ma il libro non esce con quel nome. È firmato Émile Ajar. Un esordiente anticonformista che sembra irrompere dal nulla sulla scena letteraria francese. Gary orchestra l’illusione con precisione maniacale: un cugino si presta a incarnare Ajar davanti ai giornalisti, a rilasciare interviste, a esistere pubblicamente. E nel 1975 il romanzo ottiene il Goncourt – premio che, da regolamento, non può essere assegnato due volte allo stesso autore. Eppure accade.
La verità emergerà soltanto dopo il suicidio dell’autore nel 1980 e da allora resta un caso unico: Romain Gary è l’unico scrittore ad aver vinto due volte il prestigioso premio. Ma soprattutto, l’unico ad aver trasformato un gesto letterario in un atto di reinvenzione radicale.
Perchè, al di là dell’escamotage narrativo brillante, ma già visto, di utilizzare un nom de plume, c’è qualcosa di più profondo: un autore maturo che sceglie di riscrivere sé stesso attraverso la voce di un bambino. Di tornare all’inizio. Di parlare con una lingua che sbaglia. Ed è lì che nasce il miracolo.
Momo: un bambino “non datato”
Il narratore si chiama Momo. Non sa esattamente quanti anni abbia, dice di non essere stato “datato”. Vive da sempre a Belleville, quartiere popolare e meticcio della Parigi degli anni Settanta, in un appartamento al sesto piano senza ascensore, insieme a Madame Rosa e ad altri figli di prostitute. La madre non lo viene più a cercare. E Momo non ne conserva neppure il ricordo.
Madame Rosa è un’ex prostituta ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz. È corpulenta, stanca, ossessionata dall’idea che un giorno non riuscirà più a salire quei sei piani di scale. Vive con la memoria del lager incastrata nel corpo, con il terrore dell’ospedale, con la paura di perdere dignità prima ancora che la vita.
Il romanzo racconta questo: l’infanzia di un bambino abbandonato e l’agonia lenta di una donna che non vuole essere abbandonata. Non ci sono svolte clamorose. Non c’è un intreccio costruito per sorprendere. C’è il tempo che passa, c’è Momo che osserva. Che sbaglia i congiuntivi. Che usa parole troppo grandi nel modo sbagliato. Che fa ridere proprio quando dovrebbe far piangere. E nel frattempo cresce.
« Adesso sapevo che avevo tutta la vita davanti ma non me ne sarei fatto certo una malattia.»
La grandezza del romanzo sta nella lingua più che nell’azione. Momo parla direttamente al lettore. Si scusa per il suo scarso vocabolario e confessa di non capire tutto. Usa espressioni complicate a sproposito. Fa errori che sembrano ingenui ma che rivelano una lucidità feroce. Attraverso questo filtro infantile, Gary affronta temi che, in altre mani, diventerebbero insostenibili: immigrazione, miseria sociale, prostituzione, Shoah, vecchiaia, depressione, morte. Eppure il romanzo è spesso sorprendentemente comico, di un umorismo nero, tenero e spietato, in perenne equilibrio tra candore e crudeltà. Si ride. E poi, all’improvviso, qualcosa si stringe nello stomaco. Perchè quella di Momo è una voce che ha la capacità rara di denunciare senza predicare. Di mostrare senza spiegare. Di dire l’orrore senza trasformarlo in spettacolo.
Belleville: un mondo che resiste
Dimenticate la Ville Lumière, la Parigi del romanzo non ha niente di monumentale. Belleville è il quartiere rumoroso dove convivono più o meno pacificamente “Noirs, Juifs et Arabes”, dove le lingue si mescolano, dove la dignità non ha nulla a che vedere con il rispetto borghese.
Attorno a Momo e Madame Rosa si muove una galleria di figure indimenticabili: il vecchio Monsieur Hamil che cita il Corano e Victor Hugo al bar del quartiere, Madame Lola, prostituta trans con un passato da campione di boxe in Senegal, N’Da Amédée, pappone analfabeta che si affida a Madame Rosa per dettare le lettere da spedire alla famiglia rimasta in Africa; gli altri bambini “non datati”, senza certificato d’identità né prospettive; i passanti, i clienti, le figure di passaggio e, attorno a loro, tutto quell’universo rumoroso e disordinato che pulsa tra le scale e i marciapiedi di Belleville.
Non c’è idealizzazione della povertà, non c’è folklore. C’è una comunità fragile che tiene insieme i propri pezzi come può. E in questo microcosmo marginale, l’amore assume una forma inattesa. Il legame tra Momo e Madame Rosa, infatti, non è dolce. Non è pedagogico né esemplare. È pieno di urla, di imbarazzi, di silenzi. Ma è assoluto.
Madame Rosa sta morendo. Il corpo la tradisce e la memoria si frantuma. E Momo, che all’inizio sembra solo un bambino sfrontato, diventa lentamente qualcosa di più: l’unico che resta. Non perché sia un eroe, ma perché l’amore, a un certo punto, non è più un sentimento. È una responsabilità. E forse è questo che rende il romanzo così sconvolgente, la domanda implicita che attraversa ogni pagina: avere “la vita davanti a sé” è davvero una promessa? O è la condanna di scoprire troppo presto che vivere significa anche perdere?
Questo romanzo non forza l’emozione e non dispone i personaggi come pedine al servizio di una tesi. Procede piuttosto per esposizione: mostra, lascia accadere, e si ritrae. E proprio in questa sottrazione, nell’assenza di compiacimento e di didattica, trova la sua forza più perturbante.
Lascia addosso qualcosa che non è facile nominare: non commozione, non tristezza, ma una specie di scarto percettivo. Come se il campo visivo si fosse spostato, e ciò che prima stava ai margini – vecchiaia, miseria, corpi stanchi, vite “minori”- fosse improvvisamente diventato centrale e inevitabile. Perchè La vie devant soi è un romanzo che parla con la voce dell’infanzia ma guarda fisso la morte. Che racconta l’amore nel momento in cui comincia a farsi perdita. E quando lo chiudi, Momo non tace. Continua a parlarti in quella lingua imperfetta che, con una precisione quasi crudele, dice la verità.
Sofia Sabatino

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