Entrare in Grottesco di Eva Jospin significa accettare la totale perdita di orientamento. Non tanto nello spazio, quanto nel tempo e nelle categorie con cui siamo abituati a leggere l’arte contemporanea.

© Adagp, Paris, 2025
Al Grand Palais – la celebre pepita in acciaio e vetro inaugurata nel 1900 in occasione dell’Exposition universelle a Pairigi – l’artista francese costruisce un paesaggio che è insieme architettura primordiale e rovina futura, un luogo della mente prima ancora che del corpo, in cui l’esperienza estetica si trasforma in attraversamento.
Nata nel 1975 e formata all’École des Beaux-Arts di Parigi, Eva Jospin è conosciuta per le sue foreste monumentali scolpite nel cartone, materiale povero e instabile che l’artista incide, stratifica e scava con una una precisione che rasenta l’ossessione. Negli ultimi dieci anni, il suo lavoro ha progressivamente abbandonato il muro per farsi ambiente, percorso, volume da aggirare e da attraversare. Grottesco rappresenta una tappa decisiva di questo cammino: non una semplice retrospettiva, ma una sintesi espansa, un dispositivo immersivo che raccoglie e rielabora opere, motivi e manie che attraversano l’intera pratica dell’artista.

© Adagp, Paris, 2025
Il titolo stesso agisce come chiave interpretativa. Grottesco rimanda alla scoperta rinascimentale della Domus Aurea di Nerone, alle pitture parietali emerse dal sottosuolo e a quel lessico decorativo in cui il vegetale, l’architettura e il corpo si intrecciano in forme ibride e instabili. Ma da quella stessa radice nasce anche il “grotesque” moderno, ciò che è familiare e perturbante allo stesso tempo. È precisamente in questa ambivalenza che si colloca il lavoro di Jospin: un’arte che non rappresenta la natura, ma la reinventa come costruzione mentale, come reliquia di un mondo già scomparso o forse non ancora apparso.
Il cuore dell’esposizione è Duomo, una struttura alta oltre sette metri che si presenta come una grotta e come una cupola, come un’architettura sacra privata di ogni funzione rituale esplicita. L’oculus aperto verso l’alto lascia filtrare la luce, ma non promette alcuna trascendenza. All’interno, il vuoto domina: non vi sono figure umane, né divinità, né animali. Eppure la loro assenza è quasi dolorosamente percepibile. Jospin costruisce uno spazio in cui la mancanza diventa presenza, in cui l’architettura sembra attendere – senza sapere se l’attesa sarà mai colmata.

© Adagp, Paris, 2025
Il riferimento al manierismo italiano del XVI secolo è evidente, ma mai citazionista. Le grotte artificiali dei giardini barocchi, le follies architettoniche, le ninfe, le fontane, i templi: tutto questo lessico viene assorbito e restituito come fossile, come traccia. Le superfici in cartone, incise fino allo sfinimento, evocano rocce, cortecce, sedimenti geologici. È un mondo che sembra nato dopo la scomparsa dell’uomo, ma costruito con una memoria profondamente umana.

© Benoît Fougeirol, Courtesy Eva Jospin et Galleria Continua
© Adagp, Paris, 2025
Attorno a Duomo si dispiega una costellazione di opere realizzate negli ultimi dieci anni: sculture monumentali e di piccolo formato, bassorilievi, disegni, lavori in bronzo, tessuti e ricami. Particolarmente significativi sono i bassorilievi che integrano il cartone con inserti di stoffa e ricamo, tecnica che Jospin utilizza da alcuni anni ma che qui assume una dimensione pienamente plastica. Il gesto tradizionalmente associato alla decorazione domestica e al femminile si trasforma in atto scultoreo, in tessitura di spazi e di vuoti.

© Adagp, Paris, 2025
Il percorso espositivo è concepito come una traiettoria reversibile: ciò che al primo passaggio appare come architettura, al ritorno si rivela come panorama distopico, come l’eredita di un futuro in rovina. Questa doppia lettura non è un semplice espediente scenografico, ma riflette una concezione profondamente non lineare del lavoro artistico. Le opere di Jospin non sono mai definitive: ritornano su se stesse, vengono riadattate, trasformate, come se l’artista concepisse la propria pratica come un continuo avvicinamento a un motivo che non può mai essere esaurito.
La grotta, in questo senso, assume una valenza simbolica centrale. Spazio originario dell’abitare umano, matrice e rifugio, ma anche luogo di proiezione mitologica e di invenzione architettonica. Jospin ne fa un archetipo che tiene insieme il femminile, il sacro, il gioco e il potere creativo. Non a caso, l’artista ha spesso evocato l’idea di un “gioco di ruolo”, in cui lo scultore si fa demiurgo, creatore di mondi autonomi, regolati da leggi proprie.

© Adagp, Paris, 2025
E tuttavia Grottesco non è un’utopia. Al contrario, è attraversato da una sottile inquietudine. I bacini sono vuoti, i templi deserti, le architetture sembrano sopravvivere a ciò che le ha generate. Ci si muove in un paesaggio magnifico e desolato, in cui il tempo ha già compiuto il suo lavoro di erosione. Forse è proprio qui che risiede la forza più attuale dell’opera di Jospin: nel costruire un’immagine del mondo che non parla di catastrofe in modo diretto, ma di persistenza, di ciò che resta quando le presenze si sono dissolte.

© Adagp, Paris, 2025
Nel nuovo ciclo Les Invités du Grand Palais, Grottesco inaugura così un dialogo esemplare tra un luogo carico di storia e un’opera che riflette sul tempo lungo, sulla stratificazione, sulla memoria delle forme. Non si esce da questa mostra con delle risposte, ma con una sensazione precisa: quella di aver attraversato un luogo dell’essere, fragile e magnifico, in cui l’arte non consola, ma apre spazi di pensiero.
Sofia Sabatino
Eva Jospin, Grottesco
Grand Palais, Galerie 9, Parigi
10 dicembre 2025 – 15 marzo 2026

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