La pazienza della materia: Rêveries de pierres de Roger Caillois

Ci sono esposizioni che ambiscono alla meraviglia, altre che chiedono di rallentare, di fermarsi, di guardare a lungo. Rêveries de pierres. Poésie et minéraux de Roger Caillois, allestita all’École des Arts Joailliers di Parigi, appartiene decisamente alla seconda categoria. Non propone un discorso spettacolare né una narrazione lineare, ma un esercizio dello sguardo: un invito a osservare la materia fino a quando la materia, lentamente, comincia a guardare noi.

Dal 6 novembre 2025 al 29 marzo 2026, in collaborazione con il Muséum national d’histoire naturelle, l’École des Arts Joailliers presenta circa duecento minerali provenienti dalla collezione personale di Roger Caillois. Non si tratta, tuttavia, di una mostra di mineralogia in senso stretto, né di un omaggio puramente letterario. È piuttosto la messa in scena di una soglia: quella in cui la scienza si arresta e la poesia prende il sopravvento, senza mai rinnegare il rigore dello sguardo.

Roger Caillois (1913–1978), scrittore, saggista, poeta, membro dell’Académie française, è stato uno dei pensatori più irregolari del Novecento. Attraversò i territori del surrealismo, dell’antropologia, della critica letteraria, senza mai stabilirvisi definitivamente. A partire dalla fine degli anni Cinquanta, il suo interesse si spostò progressivamente verso i minerali, intesi non come oggetti da classificare, ma come superfici di rivelazione. Per oltre venticinque anni, Caillois collezionò pietre provenienti da ogni parte del mondo — Patagonia, Cina, Giappone — attratto non dalla loro rarità economica, ma dalla loro capacità di generare immagini.

L’esposizione rende visibile questa ossessione silenziosa. Le pietre non sono presentate come esemplari scientifici, ma come microcosmi: agate, diaspri, calciti, superfici venate che evocano paesaggi, corpi, architetture, apparizioni. In alcune si intravedono montagne e orizzonti; in altre, figure antropomorfe, profili, vortici. Caillois non cercava il simbolo: cercava la coincidenza. Lì dove la natura, senza intenzione, produce forme che sembrano già pensate.

A introdurre il percorso è un oggetto fortemente simbolico: l’épée d’académicien di Roger Caillois, disegnata dal gioielliere Jean Vendome. Più che un attributo istituzionale, questa spada è una dichiarazione poetica. Incastonata di pietre, riflette il legame profondo dello scrittore con il mondo minerale, come se la dignità accademica trovasse la sua legittimità non nel verbo, ma nella materia primordiale.

Épée de Monsieur Roger Caillois © Jean Vendome
Remise de l’épée d’académicien à Roger Caillois dans les salons des éditions Gallimard à Paris en décembre 1971.
Monsieur Roger Caillois et le Joaillier Jean Vendome, Monsieur Henry-Jean Schubnel, Monsieur Marcel Arland, Monsieur Miguel-Angel Asturias, Monsieur Andres Arcos et l’apprenti joaillier Joël.
© Jean Vendome

Le sale successive accolgono la maggior parte dei duecento esemplari esposti, affiancati da testi di Caillois — alcuni celebri, altri inediti — oggi raccolti anche nel volume Pierres anagogiques. È qui che la mostra trova il suo ritmo più giusto: non illustrativo, non didascalico, ma dialogico. Le parole non spiegano le pietre, e le pietre non illustrano le parole. Si limitano a coesistere, come due forme diverse di attenzione al reale.

Al centro di questo dialogo emerge L’Écriture des pierres (1970), il testo in cui Caillois esplicita con maggiore chiarezza la propria intuizione: la natura scrive. Non in un linguaggio decifrabile, ma attraverso una grafia lenta, millenaria, che si deposita nelle venature, nelle fratture, nelle stratificazioni. Guardare una pietra, per Caillois, significa sospendere l’interpretazione immediata e accettare che il senso non sia dato, ma suggerito.

La mostra solleva così una domanda fondamentale, mai formulata in modo esplicito ma costantemente presente: ciò che vediamo nelle pietre è proiezione o rivelazione? Paesaggi interiori o immagini già contenute nella materia? Caillois, in questo, si avvicina a una tradizione antica, che va da Leonardo da Vinci — e alla sua pratica di osservare muri e macchie — fino a una certa idea moderna di immaginazione come facoltà ricettiva, più che creativa.

Il percorso espositivo, curato da François Farges, riesce a mantenere un equilibrio raro tra chiarezza scientifica ed esperienza sensibile. Le informazioni non invadono lo spazio della contemplazione, ma lo sostengono. La presenza di dispositivi di lettura e ascolto permette un’immersione graduale nei testi, senza imporre un ordine o una gerarchia.

Rêveries de pierres non è una mostra da consumare. È una pausa. Un esercizio di attenzione in un’epoca che ha smarrito il tempo lungo. Uscendone, si ha l’impressione che le pietre non siano più del tutto mute — e che forse non lo siano mai state.

Sofia Sabatino

Rêveries de pierres. Poésie et minéraux de Roger Caillois
École des Arts Joailliers, Hôtel de Mercy-Argenteau, Parigi
6 novembre 2025 – 29 marzo 2026


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