Bugonia di Yorgos Lanthimos: quando la cospirazione diventa cosmologia

C’è un tipo di cinema che non cerca di rassicurare, ma di mettere il mondo in una teca — osservarlo mentre si contorce, mentre produce le sue “verità” come funghi in un sottobosco avvelenato. Bugonia, decimo film di Yorgos Lanthimos (presentato in anteprima all’82ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia), appartiene a questa specie: un congegno satirico e metafisico che parte dal complottismo contemporaneo per arrivare, con una progressione sempre più folle e coerente, a una domanda antica quanto la paura: dove finisce l’umano, oggi?

Il titolo, già, non è un vezzo. “Bugonia” rimanda a un rituale di origine greca: l’idea che le api possano nascere dalla carcassa di un bue [boûs (bue) e gonḗ (progenie)]. Una credenza che parla di trasformazione, di vita che scaturisce dalla decomposizione, di natura che riprende possesso del mondo dopo il sacrificio. Lanthimos ne fa una metafora-chiave: il suo giardino non fiorisce mai davvero; cresce, semmai, su un cadavere di realtà.

© Universal Pictures

La trama (senza spoilerare oltre il necessario) innesta un huis clos in piena America profonda: due apicoltori, Teddy e Don, uomini nutriti di internet e di deliri complottisti, rapiscono Michelle Fuller, dirigente di una potente multinazionale farmaceutica e volto pubblico dell’industria dei pesticidi. È nel sottosuolo della loro fattoria che la rinchiudono — una cantina archetipica, spazio lanthimosiano per eccellenza, luogo di controllo, di regressione e di rituale — con l’intento di costringerla a inviare un messaggio all’imperatore degli alieni, ultima speranza, a loro dire, per salvare l’umanità dalla catastrofe imminente.

Qui Bugonia lavora su un doppio registro. Da un lato è un thriller grottesco, quasi una “montagna russa” di tensione e invenzioni: dialoghi come duelli, violenza fisica e psicologica, colpi di scena, personaggi laterali che sembrano usciti da un’America filtrata da un immaginario à la Coen. Dall’altro lato è un commento politico molto concreto: la guerra tra il capitalismo che consuma e i disperati che si aggrappano a una contro-verità totale, fino a trasformarla in religione. È una satira feroce e, sì, spesso spassosa. Ma la risata qui non è conforto: è gas esilarante in una stanza chiusa. Il mondo di Lanthimos non “cade” nell’assurdo: ci vive già dentro.

Emma Stone in Bugonia, di Yorgos Lanthimos. Universal Pictures

Al centro, Emma Stone. Lanthimos la tratta come una presenza ambigua: glaciale e magnetica, manageriale e teatrale, capace di far suonare ogni frase come un’arma a doppio taglio. La sua Michelle non è una vittima “pura” né una villain semplice: è un corpo sociale — il volto dell’alpha, della rispettabilità economica, dell’ottimismo aziendale, della violenza elegante del linguaggio (“diversità” come parola da limare, lavoratori liberi di uscire alle 17:30… salvo lavoro residuo). E proprio qui il film trova una delle sue intuizioni più interessanti: la lingua è un dispositivo di controllo tanto quanto le manette. In cantina si combatte con i watt e con le parole; e Lanthimos, come spesso, osserva il potere non come ideologia, ma come coreografia.

Ma c’è di più, Bugonia non si limita alla caricatura del complottista. La narrazione cresce per strati — dal delirio online alla ferita concreta — finché Teddy smette di essere soltanto un “tipo umano” e diventa un nodo tragico: vittima di abusi, schiacciato da un sistema (farmaceutico, medico, familiare) che nel film appare come un organismo predatorio. È un movimento importante: sposta il film dal puro sarcasmo alla zona scomoda dove la paranoia diventa un linguaggio malato per raccontare un dolore reale.

E poi Lanthimos rilancia ancora: l’orrore del serial killer, poi, la beffa definitiva dell’esistenza degli alieni. Non per accumulo casuale e caotico, ma per costruire l’idea che la realtà contemporanea sia già un collage indecente di generi — cronaca nera, meme, trauma, propaganda, intrattenimento — e che il cinema, se vuole raccontarla, debba accettare di diventare mostruoso.

Emma Stone e Jesse Plemons in Bugonia, di Yorgos Lanthimos. Universal Pictures

La beffa cosmica: gli alieni come specchio
La scelta più discussa del film è anche quella più lanthimosiana: dare corpo all’impensabile, portare in scena l’alieno, concretizzare ciò che era nato come farsa cospirazionista. È un gesto perverso e lucidissimo: il film sembra offrirti il “conforto” del genere (la svolta fantascientifica), poi lo usa per smascherare la tua stessa aspettativa di spettatore. In altre parole: ti mostra il trucco, ma solo per rivelarti quanto eri già disposto a crederci.

E qui si innesta l’impressione più forte: il finale. La morte dell’umanità, poetica e assurda, non è un semplice shock. È la chiusura del cerchio che il titolo aveva aperto: carcassa e poi metamorfosi. Bugonia torna al suo rito antico e lo riscrive in chiave contemporanea: non più la nascita delle api dal bue, ma la possibilità che la natura — o qualcosa oltre l’umano — prosperi dopo la nostra sparizione.

È un finale che dà senso retroattivo all’intero film, come se Lanthimos dicesse: non stiamo guardando solo una storia di complotto; stiamo guardando il momento in cui una specie, convinta di essere al centro, scopre di essere soltanto materiale organico.

Jesse Plemons e Aidan Delbis in Bugonia, di Yorgos Lanthimos. Universal Pictures

Un film senza redenzione, ma non senza godimento

Tra chi vede in Bugonia una metafisica “piatta” e chi ne celebra la macchina narrativa, il film si colloca proprio dove Lanthimos ama stare: nella contraddizione. Cinico, sì. A tratti crudele, anche. Ma anche stranamente vitale, intrattenente, pieno di idee che non si limitano a “denunciare” — fanno qualcosa di più rischioso: mettono lo spettatore dentro il problema.

Se la realtà è diventata un Titanic governato da contro-verità e da appetiti industriali, Bugonia non prova a salvarci. Preferisce accendere le luci della sala macchine, farci sentire il rumore del metallo, e poi — con un sorriso storto — ricordarci che le api, forse, se la caveranno comunque.

Sofia Sabatino


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