« L’invidia viene sempre descritta come un livore tagliente e velenoso. Un’acredine infondata e meschina. Ma ho scoperto che per gli scrittori l’invidia assomiglia di più alla paura »
Trama: Il libro si apre nel momento esatto in cui June Hayward, scrittrice sull’orlo dell’irrilevanza, vede materializzarsi l’occasione della vita: appropriarsi del manoscritto inedito dell’amica e collega Athena Liu, astro nascente delle lettere, morta improvvisamente davanti ai suoi occhi. Da qui, la trama non procede: accelera. E precipita. L’operazione di June è un furto, certo, ma anche il tentativo disperato di riscrivere sé stessa in un’industria che sembra produrre visibilità solo per pochi eletti.
Nientepopodimeno che Stephen King ha definito il romanzo “difficile da smettere di leggere, ancora più difficile da dimenticare”. E infatti la forza di Kuang sta proprio nella capacità di costruire una metafiction che usa la forma del page-turner per dissezionare, con chirurgica crudeltà, le dinamiche dell’editoria contemporanea: dall’appropriazione culturale normalizzata, alle pratiche promozionali performative, fino alle guerre identitarie combattute sui social.
La scrittrice sino-americana abbandona qui il genere fantasy che l’ha resa celebre per offrirci una satira deliziosamente crudele del mondo editoriale: una metafiction affilata, che parla di plagio, appropriazione culturale, guerre fredde combattute da menti surriscaldate sui social.
« Il problema non sono io, il problema è Internet. È questo plotone di social justice warriors, sono questi alleati bianchi perennemente a caccia. »
Il romanzo si colloca con intelligenza nella tradizione dei narratori inaffidabili: June racconta, distorce, minimizza, amplifica, in un continuo tentativo di giustificare il proprio gesto. La sua voce — piena di razionalizzazioni, paure e autoinganni — è il motore comico e tragico della narrazione. E funziona: perché nelle sue bugie riecheggiano discorsi ben riconoscibili nella realtà culturale attuale, là dove autenticità e visibilità diventano risorse da competere, forse più che da costruire.
«La verità è un concetto fluido. C’è sempre un altro modo per raccontare una storia, un fattore che scombina la narrazione»
A questo si aggiunge la trama storico-politica del manoscritto rubato: un romanzo sui 140.000 lavoratori cinesi coinvolti nella Prima guerra mondiale. Un tema perfettamente coerente con il percorso letterario di Athena Liu, e quasi grottesco nelle mani della bianchissima June. Il concetto di yellowface — evocato anche nel titolo — diventa così un prisma teorico che permette a Kuang di interrogare potere, rappresentazione e legittimità autoriale.
Fin qui, il romanzo è brillante, teso, pungente. Tuttavia — e lo dico senza spoiler — il finale mi convince meno. Kuang costruisce una corsa verso il baratro talmente ben calibrata che l’ultimo scatto narrativo, volutamente eccessivo, risulta quasi antitetico all’equilibrio paradossale che aveva retto fino a quel punto. L’assurdità finale, pur coerente con la spirale di delirio percezionale della protagonista, rischia di sacrificare un po’ della credibilità che rendeva il romanzo così disturbante. È una scelta estetica precisa, certo, ma mi è parsa troppo rapida, quasi “precipitata”, come se il testo volesse superare sé stesso a ogni costo.
Rimane però un fatto: Yellowface è un romanzo che diverte e inquieta nella stessa misura. Kuang possiede una scrittura affilata, capace di alternare satira feroce e introspezione lucida. Il risultato è un testo che si legge con piacere immediato, ma che soprattutto lascia sedimentare domande scomode sul rapporto tra identità, capitale culturale e industria letteraria.
Sofia Sabatino
(bisous)

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