Non guardiamo le mummie per sapere come si muore. Le guardiamo perché non abbiamo mai saputo come accettare che si muore davvero.
È qui che comincia Momies, la mostra, visibile fino al 25 maggio 2026 al Musée de l’Homme di Parigi. Non in una teca, ma in una domanda: che cosa facciamo dei nostri morti quando ci rifiutiamo di lasciarli andare? Che cosa significa conservarli, esporli, studiarli — e, infine, guardarli?
A dieci anni dalla sua riapertura, il museo sceglie di affrontare una delle ossessioni più profonde dell’umanità: sottrarre il corpo al tempo. Non per illuderci che la morte non esista, ma per negoziare con essa. Per rallentarla. Per addomesticarla. D’altronde, la mummificazione non è un rituale arcaico confinato a civiltà lontane. È un gesto universale. Un’idea che attraversa continenti, religioni, epoche. Dal Cile preistorico all’Indonesia contemporanea, dall’Egitto tolemaico all’Europa moderna, conservare un corpo significa affermare che l’individuo non coincide con la sua putrefazione. È per questo che la mostra rifiuta una definizione ristretta di “mummia”. Qui ogni corpo conservato conta: naturalmente o artificialmente, per sempre o provvisoriamente. Non esiste una mummia-tipo. Esiste un desiderio umano: non lasciare che il corpo diventi immediatamente assenza.

Un fascino persistente tra attrazione e repulsione
Le mummie ci affascinano e ci disturbano perché si collocano esattamente sulla soglia. Non sono vivi, ma nemmeno del tutto morti. Ci guardano da un altrove che è ancora materia, pelle, fibre, ossa. Ed è questa ambiguità — né cadavere né persona — che le ha rese per secoli oggetti privilegiati dello sguardo occidentale.
Nel XIX secolo, l’Europa trasformò le mummie in spettacolo scientifico e mondano. A Londra e a Parigi si organizzavano vere e proprie serate di “sbendaggio” di mummie egizie: eventi pubblici annunciati con inviti stampati, frequentati dall’alta società, da curiosi, da artisti e da medici. Sul tavolo anatomico, il corpo veniva progressivamente denudato sotto lo sguardo di un pubblico eccitato, mentre un erudito commentava i gesti con un lessico che mescolava antiquaria, medicina e sensazionalismo.
Quel rito laico metteva in scena un doppio potere: il potere del sapere che disseziona e quello dello sguardo che consuma. Sbendare una mummia significava spogliarla della sua sacralità originaria, strapparla alla sua cultura e riscriverla come oggetto europeo. Il corpo diventava superficie di proiezione: si cercavano amuleti, si prelevavano frammenti, si collezionavano residui. Le mummie venivano ridotte a materia prima, talvolta persino macinata per ottenere il “powdered human mummies”, pigmento pittorico o presunto rimedio medico. In questo contesto, la mummia non era più un individuo, ma una risorsa: per la scienza, per l’arte, per il mercato. Un corpo colonizzato due volte — prima nello spazio, poi nello sguardo. È contro questa lunga storia di appropriazione che la mostra Momies prende posizione. Qui non c’è compiacimento, nessuna rievocazione gotica, nessun gusto per l’effrazione. Il corpo non viene aperto, esposto nella sua nudità progressiva, violato per soddisfare la curiosità. Al contrario: tutto concorre a restituire la giusta distanza.

Nove corpi e un cranio. Non esposti come resti anonimi, ma presentati come individui situati: una provenienza, un contesto culturale, talvolta un nome, sempre una storia ricostruita con pazienza dalla ricerca scientifica. Così le mummie cessano di incarnare la morte come astrazione universale e tornano a essere presenze singolari. Non simboli, non mostri, non reliquie esotiche, ma vite finite che continuano a produrre significato. Il percorso della mostra mette al centro non solo questi corpi, ma anche ciò che li circonda: tecniche di conservazione, oggetti funerari, documenti storici, e soprattutto opere d’arte contemporanea che creano un dialogo inaspettato e necessario. Gli artisti appaiono come mediatori tra noi e i defunti, offrendo forme nuove per pensare il corpo, il tempo e la sottilissima soglia che separa presenza e assenza.
Le tecniche di mummificazione, presentate lungo la mostra, non sono trattate come semplici procedimenti materiali, ma come risposte culturali a un’esigenza comune: impedire la dissoluzione del corpo, preservarne la forma e la riconoscibilità, e soprattutto mantenerne l’identità. Pratiche naturali e interventi intenzionali convivono, mostrando come clima, ambiente e sistemi di credenze abbiano orientato i gesti rivolti ai morti. È a partire da questa prospettiva — corporea, culturale e visiva — che si apre il percorso espositivo.
Fin dalla prima sala, la candida Gisante de cœur di Jeanne Vicerial mette in evidenza alcune caratteristiche fondamentali della mummificazione: la conservazione delle viscere e la posizione del corpo disteso, in attesa della Resurrezione. Tra i drappeggi plissettati realizzati con la tecnica del tricotissage, l’artista inserisce rose verniciate che segnalano la posizione del cuore e degli organi vitali. Accanto a questa evocazione contemporanea dei giacenti medievali, un maschera mortuaria ricorda la tradizione del calco dei volti o delle mani di personaggi celebri.

In diversi punti del percorso, l’esposizione si sofferma sulle differenti tecniche di mummificazione. Alcune sono naturali e rese possibili da particolari condizioni di temperatura o di acidità dell’ambiente. Altre sono il risultato di interventi umani e spaziano dall’affumicatura e dall’essiccazione al sole (boucanage) — come nel caso della donna nota come “regina guanche” dell’VIII secolo nelle Isole Canarie — fino all’eviscerazione e al riempimento del corpo con tessuti e fibre vegetali, come avvenuto per la Giovane di Strasburgo del XVII secolo.

Accanto alle altre due mummie sudamericane presentate in mostra – l’uomo chachapoya delle Ande, datato tra il XII e il XVI secolo, e la giovane donna proveniente dalla regione di Atacama, vissuta tra l’VIII e il X secolo – figura un bambino Chancay, racchiuso in un fardo. Questo involucro funerario è costituito da numerosi strati di tessuto, circondati da bastoni rivestiti di cotone. Il corpo, collocato all’interno, è stato eviscerato, essiccato, disposto a testa in giù e accompagnato da pannocchie di mais. Una testa artificiale coronata di piume sovrasta l’insieme, restituendogli una silhouette umana e nobile.

Nei gabinetti delle curiosità
A partire dal Rinascimento, le mummie fanno il loro ingresso nei gabinetti delle curiosità dei principi collezionisti. Questo disegno, incluso in un taccuino di appunti e conservato presso la Bibliothèque nationale de France, è probabilmente una delle prime rappresentazioni di un corpo mummificato in Europa. Se il corpo con le sue bende, gli amuleti e il sarcofago — un tempo appartenuti al pittore Peter Paul Rubens — sono andati perduti, rimangono queste tre figure disegnate dall’artista, testimonianza del crescente interesse per queste impressionanti tracce del passato.

Presso gli Egizi, i sacerdoti utilizzavano calce, resina e natron per conservare i corpi, che venivano poi avvolti in bende e deposti in sarcofagi. In questo caso si tratta della mummia di un giovane adulto appartenente alla comunità greca di Ombos. Le bende in lino e papiro, così come la maschera dorata, rimandano alle pratiche di mummificazione dell’epoca tolemaica. Con l’intento di restituire un’identità al defunto, il museo precisa che si tratta dei resti di Petearmosnouphis, alto circa 1,70 metri, appartenente a un ceto sociale agiato e affetto da una scoliosi — o forse da una deformazione post-mortem della colonna vertebrale.

Nel loro insieme, questi corpi non compongono un atlante della morte, ma una geografia delle relazioni che le società hanno intessuto con essa. Ogni tecnica osservata, ogni involucro tessile, ogni riempimento vegetale o minerale racconta non solo un sapere, ma una cosmologia; non solo un gesto tecnico, ma una definizione di persona e di continuità. L’inserimento di opere contemporanee — dalla Gisante de cœur di Jeanne Vicerial alle fotografie di Sophie Zénon, fino alle incursioni più concettuali di Jean-Michel Alberola — non è un dettaglio decorativo. È un controcampo critico che ci riporta al presente, ricordandoci che il nostro modo di guardare i morti è sempre situato, mai neutro. L’arte non illustra: interroga. Traduce le mummie in linguaggi visivi capaci di far emergere ciò che la scienza non può dire e ciò che la storia spesso tace.
La forza della mostra sta proprio in questo equilibrio: restituire identità a Petearmosnouphis, ricostruire la postura della Giovane di Strasburgo, comprendere l’architettura del fardo Chancay, e allo stesso tempo chiedersi che cosa significhi oggi esporre un corpo umano.
Il museo diventa così un luogo di mediazione, chiamato non solo a conservare ma a rendere pensabile — e problematica — la presenza dei defunti nello spazio pubblico. Momies non pretende di risolvere la questione etica dell’esposizione dei resti umani, propone invece un metodo: osservare senza spettacolarizzare, descrivere senza ridurre, nominare quando possibile, contestualizzare sempre. È un invito a considerare la mummia non come un frammento del passato, ma come un interlocutore silenzioso che continua a interpellare il nostro rapporto con il corpo, con il tempo, con la memoria.
Perché guardare i morti significa, inevitabilmente, imparare qualcosa sul modo in cui scegliamo di vivere.
Sofia Sabatino
« Momies »
Musée de l’Homme
17, place du Trocadéro, Parigi
Dal 19 novembre 2025 al 25 maggio 2026

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